Entra in modo elegante, in un completo classico e la sala si ammutolisce; la trepidazione di ogni spettatore è palpabile: avere davanti Nicolas Winding Refn non è da poco. Si siede vicino alla conduttrice Eva Carducci e osserva la sala, sorridendo di sbieco, come se fosse già divertito per le domande che gli verranno fatte.
Refn torna sul grande schermo dopo dieci anni con Her Private Hell, che vede come protagonisti Sophie Tathcher e Charles Melton.
Il film si presenta come una fiaba oscura: il tratto stilistico di Refn, che usa le luci per comunicare emozioni che a parole perderebbero di significato, risulta ancora una volta una trasposizione di ciò che l’essere umano conserva dentro e ha paura di guardare. Il regista crea lo spazio per portare avvenimenti saturi di significato sulla pellicola, attingendo alla sua fantasia che vira verso l’astrattismo, sia visivamente, sia nei concetti. I dialoghi sono appuntiti, misurati e magici; creano un ambiente vivido e allo stesso tempo sfocato, un luogo in cui i sentimenti seppelliti, di amore, violenza, abbandono e riscatto, prendono vita e al posto di essere zombie si mescolano con gli esseri umani creando una parentesi ammaliante e concettuale.

I personaggi di Her Private Hell sono estremamente reali; sono personalità imperfette, ricolme di sentimenti morenti e speranze troppo accese, che si perdono nella nebbia, elemento che fa da ambiente onirico nel film. Gli estremi non conoscono limiti, i manichini che ha creato Refn sono rabbiosi, fuori di testa, spinti da passioni che non possono costringersi in un luogo obbligato, una piccola sfera, una tenda che tenga il mondo al di fuori dell’eruzione delle varie personalità. Sophie Tatcher dà vita al personaggio di Elle come se non avesse fatto altro che recitare quel ruolo: la sua fisicità viene usata dal regista in un modo sublime, portando nella realtà un personaggio non affatto facile da dimenticare.
Allo stesso tempo, Charles Melton personifica il soldato K, un padre che, come molti altri, ha perso sua figlia, isolata nel mondo della nebbia e preda quotidiana di Leatherman, un uomo il cui solo scopo è trovare le figlie altrui disperse e ucciderle.
Il mondo che ci propone Refn non è lineare, né lo è la struttura narrativa del film ed è per questo che funziona perfettamente. Her Private Hell non si immette nel mondo cinematografico con la presunzione di spiegare qualcosa, anzi, lascia la tenda rossa della mente aperta, così che chi guarda il film possa trarre le proprie deduzioni, richiamare certi avvenimenti passati, tornare sulla strada nebbiosa del passato per trovarci un significato.

Il nuovo film di Refn si propone come il prototipo di tutti i suoi film accumulati in una sua seconda fase creativa, nella quale il senso disperso è il primo elemento principale e come worldbuilding troviamo un futuro incerto. Il film è continuamente permeato da visioni futuristiche, si percepisce la distanza dal mondo contemporaneo e ci si avvicina verso un possibile destino fantascientifico; tuttavia, il futuro scelto da Refn è un periodo che si prende cura del passato, attraverso i modi, i dialoghi, le scenografie e la malinconia densa. Quello che ne viene fuori è un futuro completamente vintage, che crea un ossimoro spaziale e temporale particolarmente interessante, creando ancora più confusione nei confronti di chi assiste agli accadimenti cinematografici, scena dopo scena.
Certamente è chiaro un fattore ben preciso: il cinema di Refn rimane fantasiosamente soggettivo e colmo di differenti emozioni: sullo schermo si materializza lo scopo ultimo dell’arte, quello di emozionare, che sia in negativo o in positivo. A fine film, quando iniziano le domande, il regista si dilunga molto su questo argomento, dichiarandosi pubblicamente contro l’AI e sostenendo che gli artisti debbano creare senza troppi pensieri in merito, l’importante è creare, perché tutto quello che è fatto con il cuore non lo potrà strappar via nessuno. Se un prodotto artistico viene amato quanto disprezzato, allora si sa di aver fatto la cosa giusta, perché la creatività ha smosso pensieri positivi e negativi e alla fine conta il fatto che quel prodotto esista.
Le emozioni care agli esseri umani devono vivere al di fuori di noi, in qualche modo, per poterle proiettare su un’idea che contenga tutta quella scala di sentimenti senza sottovalutare nessuno di essi.
Nicolas Winding Refn torna sul grande schermo dopo 10 anni semplicemente perché ne aveva voglia. Dopo aver passato anni a lavorare per piattaforme streaming, si è semplicemente reso conto di voler tornare al cinema e lo fa in modo divino. Her Private Hell, infatti, non è solo il suo ritorno, ma, detta da lui, è l’ultimo film della sua seconda fase. Come già preannunciato, il regista entrerà nella sua terza fase creativa con il reboot/remake del cult horror del 1998, Maniac Cop, originariamente diretto da William Lustig. Questo film, le cui riprese inizieranno nel 2027 a Los Angeles, sarà il primo prodotto transmediale dell’artista: ha infatti annunciato che sarà una conversazione interattiva tra videogiochi, animazione, cinema classico e graphic novel. Per Refn, il fatto che l’arte possa combinare più media in un solo prodotto è affascinante.

La sua smania di vivere e creare è stata accentuata da un evento di premorte avvenuto tempo fa: il suo cuore ha smesso di battere per 25 minuti, clinicamente considerato morto in quell’arco di tempo, Refn confessa di non aver visto nulla se non buio. Col tempo, quel buio gli ha fatto consolidare l’idea che quando la morte arriva, non ci sia effettivamente nulla dall’altra parte. Invece di annichilirlo e deprimerlo, questo pensiero gli ha dato una forza maggiore nel vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, continuando a creare in modo autonomo e non piegandosi al mercato cinematografico.

La presenza di Nicolas Winding Refn dopo un film del genere crea un meraviglioso filo rosso tra la sua visione e quella che è la sua personalità. Durante l’intervista si presenta in modo ironico, intelligente e scaltro, raccontando la sua vita come se anche quei momenti facessero parte di una fiaba lontana.
È interessante la particolare vicinanza emotiva che ha con le mani: nel film, infatti, queste parti del corpo saranno fondamentali per la piega narrativa. Gli viene chiesto come mai sia un elemento così predominante per lui, non solo in questo ultimo film e lui, ancora una volta, risponde sorridente. “Io ho le mani morbidissime”, dice, mentre guarda tutti in modo divertito e esortando le persone a toccarle. Inizia poi a raccontare che la morbidezza delle sue mani è data dal fatto che da piccolo chiedeva a sua madre, ogni sera, di mettergli la vaselina sulle mani e coprirle successivamente con dei calzini, così che per tutta la notte rimanessero riparate. La mattina seguente la vaselina non si era asciugata e gli lasciava perennemente una sensazione di morbidezza profonda. Qualcuno nella sala ride, ma sicuramente la sensazione che prevale è lo sgomento verso questo piccolo particolare della sua vita, non tanto per questo trattamento speciale che si dedica da quando è piccolo, ma perché decide di esternare un suo vissuto intenso, come l’avvenimento della premorte.
Le mani per lui sono importanti perché rappresentano il senso del tatto, il veicolo che secondo l’artista è il più potente per venire a conoscenza del mondo ed è per questo suo legame con questo senso in particolare che i suoi film ci si concentrano molto.
La sensazione che si ha della presenza di Refn è un totale servizio all’arte. Non nasconde il suo passato, che potrebbe apparire bizzarro e doloroso, perché dentro di sé c’è solo verità e fede in quello che crea.
Quando gli chiedono se il film contiene temi che forse andrebbero spiegati da lui per comprenderne meglio la visione, Nicolas dice che Her Private Hell è una fiaba e che, come tale, presenta all’interno vari temi che possono toccare o meno il pubblico, ma che, effettivamente, non c’è niente che lui debba spiegare, perché ha semplicemente creato quello che aveva in testa e se chi lo guarda ci si riconosce o fa dei collegamenti ne trae gioia, ma sa che è un’esperienza soggettiva, quasi come se non fosse stato lui a dirigere tutto, ma come se avesse semplicemente canalizzato un’idea artistica che aveva bisogno di incontrare il mondo diventa materiale cinematografico.
Nicolas Winding Refn è tornato portando, per l’ennesima volta, il cinema su un livello onirico e allo stesso tempo terribilmente reale, con tutte le conseguenze delle radicate emozioni esplicitate.







