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Summerween #06: nessuno verrà a salvarci

Per il sesto appuntamento di Summerween, due giovani donne osservano da lontano la vita che vorrebbero avere, aspettando che qualcuno permetta loro di raggiungerla.

Le opere protagoniste di questo sesto appuntamento di Summerween sono Pearl (2022), diretto da Ti West ed Eileen, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2015 e arrivato in Italia nel 2017; è il romanzo d’esordio di Ottessa Moshfegh.

A riversarsi in queste due espressioni artistiche sono il desiderio di fuga, la solitudine e il lato oscuro e disturbante della femminilità. Sebbene entrambe le protagoniste siano di base due personalità tristi, che vogliono lasciare il luogo in cui vivono, non si tratta di una sofferenza composta o che facilmente si può consolare. Non solo si sentono intrappolate nel luogo in cui vivono, ma si vogliono liberare, in primo luogo, dell’identità repressa che si è formata ed è cresciuta assieme a loro.

Pearl ci porta nel Texas del 1918. Pearl vive con i genitori in una fattoria isolata, attenta a occuparsi del padre malato. La sua quotidianità è annegata nella repressione e nella solitudine, ma la sua mente sogna la possibilità di un futuro diverso, uno nel quale Pearl possa diventare una ballerina e raggiungere il successo.

Eileen narra la storia di una ragazza che non si trova bene nella propria pelle, che si considera rivoltante, inadeguata, con idee spericolate e sporche dello stesso terreno della mania e della perversione; nonostante ciò, è come se celebrasse il suo corpo proprio perché è così diverso dalla realtà che vede riflessa nelle altre persone.

Eileen non è un romanzo horror in senso stretto, ma un noir psicologico attraversato da atmosfere gotiche, disgusto corporeo e una tensione costante. La sua presenza nella Summerween nasce proprio dalla possibilità di osservare l’orrore oltre i confini del genere: non come insieme di regole prestabilite, ma come linguaggio capace di raccontare la reclusione, l’ossessione e le parti più disturbanti del desiderio.
È su questo terreno che il romanzo di Moshfegh incontra Pearl: le due opere mettono al centro donne isolate, incapaci di riconoscersi nella vita che conducono e disposte a proiettare su qualcun altro la possibilità della propria salvezza. Pearl vuole essere vista da tutti, mentre Eileen quasi vorrebbe scomparire; la prima trasforma il suo desiderio in uno spettacolo, la seconda nasconde il desiderio stesso dentro fantasie che per lei risultano inconfessabili.

PEARL: LA VITA COME SPETTACOLO

Pearl (interpretata da Mia Goth) non sogna soltanto di allontanarsi dalla fattoria, ma anche che la propria fuga possa dimostrare che è sempre stata destinata a qualcosa di più grande. Il pensiero che ha della fama diventa forma di risarcimento; se qualcuno riconoscesse il suo talento, allora la solitudine e i sacrifici vissuti acquisirebbero un significato. In questo modo, la fattoria non rappresenterebbe più l’interessa della sua esistenza, ma un inizio infelice destinato a cambiare.

Questa forte vocazione si percepisce nell’estetica che Ti West conferisce all’intera pellicola, richiamando la realtà della Hollywood classica: i colori sono saturi, la musica accompagna i movimenti della protagonista e la realtà sembra continuamente trasformarsi in spettacolo (anche le scene più cruente). Tuttavia, questa scelta estetica rende evidente la distanza tra la realtà di Pearl e il modo in cui lei vorrebbe percepirla. Il mondo possiede colori onirici, ma sono colori vuoti, infranti, che non le possono dare l’idea di un futuro radioso; sebbene ogni scena veda la tensione di Pearl verso una vita migliore, si rende sempre conto che tutto quello che spera rimane fuori dalla sua portata.

L’incubo di Pearl sarebbe trascorrere la vita senza che il mondo si accorga della sua esistenza. Questo pensiero esistenziale la infesta per tutta la pellicola. Lo spettacolo che vorrebbe raggiungere diventa, al contrario, la sua realtà: la giovane deve continuamente recitare ruoli che non le appartengono e che le fanno stringere la pelle attorno alle ossa, non permettendole di respirare né di vivere liberamente. La frattura tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere diventa, successivamente, insostenibile. La sofferenza che mostra Pearl non è innocua, la sua personalità allunga le mani verso emozioni come egoismo, rabbia, impulsi violenti. La sua fragilità non cancella la sua pericolosità, la aumenta; questo, chiaramente, non va a sminuire il dolore che prova, anzi, è proprio la convivenza tra queste due dimensione a rendere il film particolarmente disturbante.

EILEEN: IL DESIDERIO DI SCOMPARIRE

Se Pearl vuole occupare il centro della scena, Eileen cerca di attraversare la propria vita senza essere davvero presente.

Le sue giornate si ripetono tra il carcere minorile nel quale lavora e la casa del padre, due luoghi che finiscono per sovrapporsi. Il primo rappresenta una prigione concreta, il secondo una forma di reclusione privata, costruita sull’alcolismo, sull’umiliazione e sulla responsabilità di prendersi cura di un uomo incapace di occuparsi di lei.

Eileen immagina spesso di lasciare il luogo in cui vive e trasferirsi a New York, ma la città rimane un’idea vaga, non rappresenta ancora un progetto reale, perché più che desiderare un luogo preciso, Eileen desidera non essere più la persona che è stata fino a quel momento.

Il romanzo è narrato dalla protagonista ormai adulta, cinquant’anni dopo gli eventi. La voce della donna osserva la ragazza che era con lucidità, ironia e, a volte, crudeltà. Fin dall’inizio sappiamo che quella raccontata sarà la sua ultima settimana nella cittadina; non siamo a conoscenza di cosa accadrà, ma sappiamo che Eileen, in qualche modo, se ne andrà.
Questo trasforma il romanzo in una storia di liberazione già avvenuta, della quale non conosciamo ancora le circostanze; Moshfegh gioca così con il senso di attesa che attraversa l’intera narrazione. La stessa tensione si riversa anche sul corpo di Eileen: Moshfegh ne racconta senza filtri le funzioni più sgradevoli: la fame, gli odori, le secrezioni, sottraendo il romanzo stesso a qualsiasi tentativo di idealizzazione. Qui, il corpo femminile diventa ingombrante, fuori luogo, smette di essere decorativo e diventa qualcosa di impossibile da controllare del tutto.

Eileen ha interiorizzato lo sguardo degradante con il quale viene osservata e ha imparato a percepirsi come qualcosa da nascondere e punire. Non vuole conquistare l’occhio altrui, a differenza di Pearl, vuole sottrarsi alla propria immagine, cancellando l’ammasso repellente che crede di essere.

L’arrivo di Rebecca Saint John, la nuova psicologa del carcere, sembra offrirle questa possibilità. Rebecca è elegante, colta e sicura di sé, occupa lo spazio con una naturalezza sconosciuta a Eileen, diventando immediatamente tutto ciò che lei sente di non poter essere.
L’attrazione nei suoi confronti non è soltanto romantica o sessuale. Eileen desidera Rebecca, ma soprattutto desidera la versione di sé che potrebbe esistere accanto a lei; essere vista da una donna simile significa forse non essere davvero insignificante come ha sempre creduto.

Rebecca diventa così una superficie sulla quale proiettare la propria trasformazione. Eileen non la conosce ancora, ma le assegna immediatamente il ruolo di colei che potrebbe condurla altrove.

PEARL ED EILEEN: ASPETTARE DI ESSERE SCELTE

Pearl ed Eileen sembrano muoversi in direzioni opposte, eppure entrambe misurano la propria esistenza attraverso occhi che non appartengono loro. Nessuna delle due riesce inizialmente a concepire una trasformazione che non venga autorizzata dall’esterno.
Questo bisogno nasce anche dagli spazi in cui sono cresciute: la fattoria di Pearl e la casa di Eileen non sono semplici ambientazioni, ma luoghi che hanno costruito le identità delle protagoniste. Al loro interno, le due donne sono figlie prima ancora che individui: devono occuparsi di un genitore, sopportarne il controllo e sacrificare i propri desideri a una quotidianità che sembra non lasciare vie d’uscita. Andarsene significherebbe quindi tradire il ruolo che è stato assegnato loro. Per riuscirci, entrambe aspettano qualcuno che renda legittima la fuga.

Le due opere dialogano anche attraverso il modo in cui rifiutano di rendere gradevoli le proprie protagoniste. Pearl ed Eileen soffrono, ma non possiedono una sofferenza pura, capace di suscitare compassione senza mettere a disagio; sono egoiste, ossessive, attraversate da fantasie violente e incapaci di osservare lucidamente le persone che le circondano.

Questa sgradevolezza impedisce di ridurle al ruolo di vittime: il contesto in cui vivono contribuisce a deformare la percezione che hanno di sé, ma non può spiegare o assolvere completamente ciò che diventano. La loro complessità risiede proprio nello spazio ambiguo tra la violenza subita e quella che potrebbero esercitare sugli altri.

Volere una vita diversa non rappresenta una colpa.L’orrore nasce quando quella immaginata diventa l’unica vita considerata degna di essere vissuta; il presente perde consistenza e le persone smettono di essere individui, trasformandosi in strumenti attraverso i quali raggiungere la propria salvezza.
Pearl ed Eileen cercano qualcuno capace di riconoscere il loro valore, ma entrambe scoprono che nessuno può costruire quella nuova identità al posto loro. Nessuno verrà a salvarle.

La rivelazione può assumere la forma di una condanna o trasformarsi nel primo passo verso la libertà; è proprio in questa possibilità che le loro storie, dopo essersi osservate a lungo, cominciano infine a separarsi.

P.S. il film su Eileen

Dal romanzo Eileen è stato tratto anche un film, uscito nel 2023 e diretto da William Oldroyd. A distinguere maggiormente il libro dal film è il cambiamento radicale del finale, attraverso il quale le due storie acquisiscono significati differenti, anche se entrambi i finali danno una visione approfondita su Eileen. Personalmente, ho apprezzato questa piccola ma enorme differenza, mi ha permesso di osservare il personaggio di Eileen da una prospettiva diversa. Entrambe le opere, pur seguendo direzioni differenti, risultano validissime.

Alla prossima settimana!

Godetevi l’estate. I mostri lo stanno già facendo.

Francesca Rucco
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