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 AFFAMATI DI VITA di Jim Tully – El Doctor Sax

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Pubblicato nel 1924 e tradotto oggi per la prima volta in Italia, Affamati di vita è il crudo racconto della gioventù di Jim Tully, passata tra l’acciaio dei treni sui quali iniziò a saltare appena adolescente, e il fango degli accampamenti di vagabondi nei quali era costretto a rifugiarsi durante i suoi anni vissuti sulla strada. La trama si sviluppa come un mosaico di esistenze incrociate, dove il viaggio del protagonista diventa il pretesto per dar voce a un’umanità dolente di mendicanti, sbandati e sognatori che cercano di rubare un po’ di calore a un fuoco mai acceso per loro. È una storia che si compone di altre storie ai margini della società, un cammino irrequieto e sgangherato verso un futuro diverso che trasforma ogni fermata del treno in un frammento di un romanzo corale, scritto con la violenta autenticità di chi ha vissuto ogni parola sulla propria pelle.

Jim Tully (3 giugno 1886 a St. Marys, Ohio, USA – 22 giugno 1947 a Hollywood, California) non è nato tra
i libri, ma tra il fango degli orfanotrofi e il metallo gelido dei vagoni merci che attraversavano un’America
spietata all’alba del Novecento. La sua biografia, che oggi arriva per la prima volta in Italia grazie a questa
traduzione fondamentale, non è solo il resoconto di una vita estrema, ma rappresenta l’atto di nascita di un
intero modo di intendere la letteratura americana. Tully è stato un hobo, un vagabondo che ha imparato il ritmo della narrazione non nelle aule accademiche, ma attraverso lo stridore dei freni e il fumo delle locomotive, accumulando una riserva di umanità e violenza che avrebbe poi riversato sulla pagina con una forza d’urto sconosciuta ai suoi contemporanei.
Prima di diventare una firma prestigiosa e temuta, ha servito il suo apprendistato come pugile professionista e viandante senza meta, forgiando uno stile che non cercava la bellezza estetica, ma la verità nuda del marciapiede.

Nel 1912, proprio mentre Hollywood muoveva i suoi primi passi a Sunset Boulevard, Tully decise di stabilirsi in California, legando indissolubilmente il suo destino alla nascente fabbrica dei sogni. In questo scenario di
trasformazione frenetica, si muoveva con una disinvoltura disarmante tra i circoli artistici più esclusivi e i
vicoli della marginalità, diventando assistente e scrittore per Charlie Chaplin. Tra i due nacque un’amicizia profonda e viscerale, cementata dalle comuni origini di povertà e dalla condivisa capacità di scorgere la poesia negli angoli più bui dell’esistenza umana. Tuttavia, a differenza di molti colleghi che cercavano nel cinema una fuga dalla realtà, Tully utilizzò la sua posizione privilegiata per documentare la genesi di quel mondo con una brutalità onesta che gli valse il titolo di “uomo più odiato di Hollywood”. La sua carriera come cronista
indipendente non era che un riflesso della sua identità di outsider: un uomo che non risparmiava critiche né ai potenti né a se stesso, portando alla luce i meccanismi oscuri di un’industria che stava ridefinendo l’immaginario
collettivo mentre lui restava, nell’animo, un hobo pronto a ripartire.

«Molla tutto, ragazzino, molla tutto. Cavolo, non può andarti peggio di così. Tutto ciò che fai qui è mangiare.
Quello puoi farlo ovunque. Ci riesce pure un gatto randagio. E poi sulla strada impari qualcosa. Che diavolo puoi imparare qui?».

La trama di Affamati di vita è l’essenza stessa di questo cammino irrequieto verso un futuro diverso. Il libro segue le peripezie di un giovane protagonista senza un soldo in tasca che decide di sfidare l’ignoto affidandosi alle rotte ferroviarie, ma la narrazione si trasforma presto in un mosaico di esistenze incrociate. Non è il racconto di un solo viaggio, bensì una storia che si compone di innumerevoli altre storie: quelle degli uomini e delle donne che incontra sulla strada, ognuno con il proprio carico di sogni infranti, espedienti e speranze ostinate. Un
dettaglio che farà la gioia degli amanti delle curiosità linguistiche è il primato filologico di questa opera in cui appare per la prima volta la parola punk. Nel gergo degli hobo, il punk era il vagabondo novellino, spesso adolescente, scappato di casa che si affidava alla protezione di un veterano per imparare l’arte di non farsi ammazzare vivendo per strada. Tully ha immortalato questo termine molto prima che diventasse un
genere musicale, regalandoci il fermo immagine di una sottocultura che non aveva nulla di celebrativo, ma molto di leggendario.

«Che importava se dovevo sollevare casse pesanti a ogni fermata?
Finalmente stavo andando da qualche parte. Nella valle successiva
c’erano la vita, i sogni e le speranze».

Da questa materia cruda nacque l’omonimo film del 1928, che segnò il clamoroso esordio di Louise Brooks,
icona ribelle e modernissima del cinema muto. Ma, mentre la versione hollywoodiana virava verso il
melodramma romantico, la scrittura di Tully resta ancorata a una realtà priva di sconti, dove la ferrovia è un palcoscenico di pura sopravvivenza.
In questo flusso continuo di incontri fortuiti, la strada diventa l’unica vera maestra, rendendo ogni fermata del treno un frammento di un romanzo corale sull’America degli ultimi.

L’importanza di Jim Tully risiede nell’aver tracciato una linea ininterrotta che collega la letteratura hobo delle origini alle correnti più viscerali del Novecento. Egli incarna un hard-boiled inteso non come genere di consumo, ma come pura letteratura degli ultimi che, attraverso un realismo sporco privo di filtri morali, traccia una rotta diretta tra il vagabondaggio d’inizio secolo, l’irrequietezza della Beat Generation e la spietata narrazione della marginalità di Charles Bukowski ed Edward Bunker. È in questa spietata onestà che ritroviamo l’urgenza narrativa che decenni dopo avrebbe animato Jack Kerouac. Tully ha stabilito un canone di resistenza stilistica che rifiutava la condiscendenza accademica per parlare direttamente dalla pancia della nazione, offrendo una rappresentazione cruda della brutalità della strada.

Nonostante il successo economico che lo portò a guadagnare cifre astronomiche per l’epoca, Tully non
perse mai la sua natura di individualista a oltranza. Non apparteneva a nessuna scuola e questo lo rese vulnerabile all’ostilità dei critici, che arrivarono spesso a censurare i suoi testi per immoralità. Con la Seconda Guerra Mondiale e il naturale ricambio generazionale, la sua stella iniziò a impallidire, finché il ritrovamento dei
suoi archivi personali all’Università di Los Angeles non ha dato il via a una rinascita necessaria. La pubblicazione
italiana di Tully restituisce finalmente al lettore un autore capace di affermare che ogni essere umano è una storia
continuata, ricordandoci che la vita, nella sua forma più nuda, è sempre più vasta della letteratura che tenta di contenerla.

«La strada mi ha regalato un gioiello senza prezzo: il
tempo per leggere e sognare. Se questo mi rese già vecchio
e stancamente saggio a vent’anni, mi diede però per
compagni le grandi menti di tutte le epoche, che mi parlavano con nobili parole».

Affamati di vita di Jim Tully (274 pagine, 15.00 € ), nell’inedita traduzione di Gabriele Nero e Francesco Melchiotti, è uscito il 5 maggio, ed è stato presentato al Salone Internazionale del Libro, che si è svolto al Lingotto di Torino
dal 14 all 18 maggio

E-mail: eldoctorsax@gmail.com

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