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Leonardo Santoleri: Il Cinema è un Corpo a Corpo

Dalla gavetta nel giornalismo sportivo alla regia: l’estetica del movimento e il rigore dell’adattamento.

Spesso si dice che un regista è come un allenatore all’angolo. Tu che hai vissuto il giornalismo sportivo “da bordo ring”, quanto di quel dinamismo porti sul set?

Moltissimo. Gli anni di fotografia e riprese per The Shield of Sports sono stati la palestra ideale. Lo sport, per definizione, è imprevedibile: ti costringe ad adattarti istantaneamente a una situazione che non puoi controllare. Questa capacità di reazione richiede una preparazione organizzativa maniacale a monte. È esattamente quello che riporto sul set oggi: rigore logistico per essere liberi di gestire l’imprevisto.

Gestire un collettivo e una serie TV prima dei 25 anni non è da tutti. La mancanza di sovrastrutture è stata la tua vera libertà creativa?

Più che mancanza di strutture, io ne cerco costantemente di nuove. Sono giovane e pieno di energia, certo, ma credo che la vera libertà non sia perdersi nell’oceano, bensì sapersi adattare a un bicchiere d’acqua. Mi sono imposto regole e routine lineari sin da subito; questo approccio “canalizzato” è ciò che mi permette di non disperdere la creatività e puntare dritto all’obiettivo.

Come hai convinto una casa di produzione a scommettere su un’idea che fondeva giornalismo sportivo e cinema documentario?

Con un mix di amore e fatica. Quando ho presentato Fighters a Zut Film, credo abbiano visto nei miei occhi quella passione autentica che è una lingua universale. Oltre al cuore, però, c’era la sostanza: avevo già prodotto dei teaser e ottenuto il nullaosta dai protagonisti. Presentarsi con i fatti, quando ancora non hai un nome, è l’unico modo per generare fiducia.

Cosa ti manca della libertà “selvaggia” dei primi corti universitari ora che lavori su produzioni strutturate?

Mi manca la spensieratezza di poter giocare senza avere nulla da perdere, quando sognavo il “Babbo Natale con i soldi” (il produttore). Di quel gruppo originale siamo rimasti in pochi a tentare la strada del cinema; alcuni collaborano ancora con me, come la mia truccatrice storica, mentre altri hanno scelto percorsi diversi. Resta l’affetto per quel clima di amicizia pura.

Chi “colpisce” più forte: lo spettatore a teatro o l’utente in streaming?

L’impatto del teatro è una “botta” immediata. A Borgaro, durante l’ultima replica, l’emozione era palpabile e istantanea. La serie TV ha un effetto simile a una proiezione cinematografica, ma più diluito nel tempo: capita che qualcuno ti parli di un episodio mesi dopo averlo visto. Personalmente, il teatro mi mette più ansia perché è un lavoro sinergico che non posso controllare totalmente, mentre sullo schermo ho il dominio assoluto su ciò che il pubblico vedrà.

Qual è la bugia più grande che il cinema ha raccontato sul Wrestling?

In Italia il wrestling è visto spesso come una “americanata”, ma io lo definisco il teatro del nuovo millennio. La bugia è considerarlo solo finzione becera. Se lo scolleghiamo dal pregiudizio nazionale, ci accorgiamo che è vicinissimo al teatro antico per gestione del corpo e catarsi. È l’unico tipo di teatro che oggi riesce ancora a riempire i palazzetti in tutto il mondo.

Se la tua carriera fosse un incontro, in che ripresa ti sentiresti di essere?

Siamo al secondo round. Il primo è andato bene: ho seguito la strategia e messo a segno dei colpi. Ora però mi trovo davanti un pugile esperto, uno “alla Tyson” che accorcia le distanze e scombina i piani. Mi sta venendo incontro per colpire: il bello inizia adesso.

 Chi è l’avversario che vorresti sfidare nel prossimo progetto?

Spero il progetto più ambizioso possibile! Ho diverse proposte sul tavolo: un documentario, un’opera di finzione e l’adattamento cinematografico del mio testo teatrale. Non posso ancora svelare nulla, ma l’obiettivo è continuare ad alzare l’asticella.

Cosa ti dà il contatto diretto con il pubblico che la macchina da presa non offre?

La possibilità di sperimentare e risolvere l’imprevisto “in corsa”. Un esempio? Durante l’ultimo spettacolo il mio tablet (su cui avevo tutto il copione e i tempi tecnici) si è scaricato a metà secondo atto. Sono corso dietro le quinte e l’attrice Giada Piga mi ha lanciato il suo un istante prima di entrare in scena. Il pubblico non si è accorto di nulla. Al cinema consegni un master una settimana prima; a teatro, o sei pronto o sei fuori.

Un aforisma per chiudere.

Ti lascio con un augurio che mi fece un caro amico direttore della fotografia:

“Quando arrivò il Technicolor, chi non si adattò sparì. Quando arrivò il digitale, i puristi della pellicola se ne andarono. Non ti auguro una bella carriera, perché quella l’avrai: ti auguro di saperti adattare.”

Il lavoro di questo giovane autore è la prova che il cinema non si fa solo con i grandi budget, ma con l’osservazione quasi antropologica della realtà. Tenetelo d’occhio, perché Leonardo Santoleri non ha ancora finito di colpire.

Vittoria Adamo
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Un commento

  • Grande professionista, sceneggiatore e regista. Impegnato in più ambiti, dal cinema al teatro, sempre con successo.
    A Torino abbiamo lavorato insieme in una nuova produzione teatrale “Che Cos’è L’Amor” andata in scena (egregiamente) il 6 Marzo al Tib di Borgaro.
    Chissà magari presto lo rivedremo in città!

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