Michele, hai lavorato su progetti estremamente diversi, dalla Suzuki Misano alla Pagani Alisea. Quando inizi a delineare un nuovo concept, qual è la sfida più grande nel mantenere l’identità di un marchio storico pur introducendo un linguaggio visivo totalmente di rottura?
Per me fare design non significa esprimere se stessi o fare un lavoro puramente creativo. Bisogna immergersi nelle necessità che quel prodotto dovrà avere: vincoli di architetture e ingombri, stile, identità, pubblico designato, costi e tecnologie. Credo che il nostro sia un lavoro sia tecnico che intellettuale in cui la parte espressiva deve sempre incontrare la logica e la funzione. Tutto concorre a creare un veicolo “corretto”. La Misano è una vettura sperimentale, asimmetrica e con due posti in tandem e lunga solo 4 metri. É stato un lavoro realizzato nel tempo record di due mesi che mi ha dato moltissimo. La Pagani Alisea d’altro canto mi ha permesso di lavorare con una leggenda vivente come Horacio Pagani che desiderava una rivisitazione per i prossimi 25 anni della Zonda: una responsabilità enorme! Sono felice di aver lavorato a un oggetto in controtendenza, fatto di sezioni positive e volumi chiusi che ha avuto e sta avendo un grande successo. Ed è l’unica Pagani a non essere stata disegnata da Horacio. Sono due auto che amo molto.

Oltre le quattro ruote: l’esperienza 2electron Emula Con la 2electron Emula, hai applicato il tuo approccio al mondo delle due ruote. In che modo il design di una motocicletta, dove la meccanica è così esposta e protagonista, differisce dal “vestire” un’automobile, e quanto influisce l’ergonomia umana nel definire lo stile di un mezzo così dinamico?
Disegnare motociclette necessita di una grande attenzione, come dicevate, alla meccanica. Occorre avere poi grande rispetto di altri due fattori: ergonomia e aerodinamica. Questi tre elementi concorrono e lo stile deve legarli e dare un’identità coerente. Emula è un prototipo completamente funzionante disegnato assieme a mio fratello Lorenzo e realizzato in 6 mesi e montava a bordo diverse tecnologie e un brevetto sviluppato ad hoc come il simulatore del cambio per la gestione della coppia. All’ultimo Eicma e novembre ho presentato un’altra moto, la Capetown 7x di Phelon & Moore a cui abbiamo lavorato con Pininfarina. Una moto che ha rivisto il modello precedente grazie agli studi in galleria del vento e che abbiamo realizzato. Disegnare automobili è un lavoro diverso, ma hanno anche molte cose in comune e per me tutto si riassume in un approccio analitico che porta alla fase creativa.

l ruolo dei centri di eccellenza: Pininfarina
Hai collaborato con nomi che hanno scritto la storia del design italiano. Secondo la tua esperienza, qual è l’eredità più importante che questi grandi studi portano avanti oggi nell’era della mobilità elettrica e digitale, e come si sta evolvendo il concetto di “scuola italiana”?
L’automobile senza Italdesign e Giorgetto Giugiaro o Pininfarina e i suoi maestri come Aldo Brovarone, Tom Tjaarda o Paolo Martìn, non sarebbe quella che è oggi. Torino ha sempre avuto un patrimonio di innovazione e conoscenza che ha trasformato il settore a livello mondiale. Sono riconoscente a queste persone straordinarie e per me sono sempre un punto di riferimento, così come Marcello Gandini e la Bertone. Non posso tuttavia ritenermi loro erede, perché semplicemente sarebbe come per un buon musicista attuale paragonarsi ai Beatles o a Hendrix, che hanno innovato e hanno fatto parte di un momento storico irripetibile a livello industriale. Tuttavia credo che possiamo imparare da loro. L’abilità scultorea e di ricerca di linguaggio, sempre figlia della conoscenza tecnica dell’automobile mi ispirano anche se devo disegnare cose che all’epoca non esistevano come un suv elettrico. Credo che quella attitudine viva ancora e sia il vero segreto nascosto di Torino. Sono felice di essere un interprete di questo lascito culturale.

Design e Divulgazione: comunicare l’automobile
Oltre che designer, sei una voce attiva nel giornalismo di settore. In un’epoca dominata dai render digitali e dai social media, quanto è difficile spiegare al pubblico che il design non è solo “estetica”, ma una soluzione complessa a problemi tecnici e funzionali?
La mia attività di giornalista è un piacevolissimo hobby che nasce dall’attività come docente di design dell’automobile. Per me significa condividere quello che ho imparato negli anni e restituire quello che mi è stato dato. Mi farebbe piacere che qualche ragazzo che magari non ha ancora la patente potesse appassionarsi al settore dell’automobile leggendo qualcosa. Tornando al cuore della domanda, credo sia importantissimo capire i problemi e le necessità del pubblico per disegnare un buon prodotto. A volte l’estetica ci attrae e offusca il vero significato del design: gli oggetti vanno usati. Inoltre per me, la forma migliore nasce dalla funzione e necessita di tempo e sensibilità. I social presentano spesso bei disegni. Bellissimi. Ma a me piacciono i progetti.

Nella forma del tempo si dice spesso : “Il design è l’arte di rendere l’innovazione invisibile attraverso la bellezza.”
Alla luce di progetti futuristici come l’Alpine A4810 o Mitsubishi Moonstone, quanto pensi che la bellezza possa aiutare l’utente finale ad accettare e comprendere tecnologie radicalmente nuove che altrimenti potrebbero spaventare o sembrare troppo fredde?
Il design dell’auto dovrebbe, per me, comunicare quello che c’è sotto al cofano. Credo che soluzioni formali debbano cominciare la natura del motore, oltre che l’orientamento di quel prodotto. Aggressività e tensione per una supercar, divertimento e personalità amichevole per una family car e via dicendo. La tecnologia si aggiorna e in questo momento storico sembra l’unico metro di paragone tra le auto. Io onestamente sono convinto che ci sia di più e che il pensiero progettuale che porta alla creazione di una vettura debba essere “spiegato” onestamente dallo stile. La Alpine a4810 è stata la concept che mi ha dato più visibilità e nasce proprio da questo: fare vedere come una cellula sospesa in carbonio non necessiti di un pianale tradizionale, cosa che ha permesso uno svuotamento dei volumi su tutti e quattro i lati dall’auto. Colori e materiali sottolineano questo aspetto così come la lavorazione per livelli. La Mitsubishi Moonstone fa una cosa simile in modo diverso, ovvero presenta sul cofano due LiDAR, una tecnologia di telerilevamento che utilizza impulsi laser per scansionare il terreno. Molti, soprattutto in Cina, hanno apprezzato questi aspetti puramente tecnici interpretandoli come formali.

Io sono semplicemente contento di avere creato delle vetture che siano state apprezzate, anche se per motivi diversi.” –Michele Albera.








4 Commenti
Carissimo Albera M. ,ci siamo conosciuti 10 anni fa, e piacevolmente e confermo ( da quanto ti leggo) che sei cresciuto enormemente. I personaggi che tu hai citato in questa tua intervista ,conosciuti personalmente x attivita’ lavorative ,in qualita’ di Fornitore, Giugiaro ,Bertone,Pininfarina, x Prototipi, Gandini x Lamborghini ,Diablo, . Sono un progettista di carrozzeria, settore prototipida attivita’ di fresature aC.n.c. ,stampi ,a Reverse Engineering, a prototiia rapida ecc. . Identificandomi nelle tue belle espressioni tecnologiche . Confrontarmi con Te e’ stato mio piacere. Grazie anche a Dott.ssa Adamo V. x questa ulteriore opportunita’ che da’ ai Suoi lettori nello interscambiarsi esperienze Torinesi .
Grazie, Michele, per il tuo contributo e per aver ricordato a tutti noi che dietro ogni grande prototipo c’è sempre la mano (e la macchina) di un grande progettista.
Questo articolo ci ricorda che rimaniamo un’eccellenza nel campo dell’innovazione e del design. E le domande ben articolate dall’ottimo lavoro di Vittoria Adamo facilitano l’interlocutore a dare risposte precise e piene di informazioni.
Grande Michele, non ci vediamo da un vita. Saluti dal tuo primo producer rap 🙂 mi fa piacere vederti avere successo. Let’s catch up sometimes… Complimenti anche a Vittotria Adamo.