Davide Campagna si muove tra cinema, teatro, tv, e arti performative: studia danza classica per molti anni, apprende canto lirico e pianoforte al conservatorio “F. Venezze” di Rovigo, sperimenta come attore in produzioni di rilievo. Uno dei suoi passi significativi è il film Il racconto dei racconti di Matteo Garrone (2015), in cui interpreta un giovane artista circense.
Il suo debutto come regista con un lungometraggio arriva nel 2021 con L’equilibrista con la stella, una storia ispirata a fatti reali: la vicenda di una ragazza ebrea che, in tempi segnati dalla persecuzione nazista, viene nascosta nella vita di un circo, trovando rifugio tra le pieghe dello spettacolo. È un’opera che mostra chiaramente la sua sensibilità per le storie che vibrano di umanità, perdita, speranza.

Nel 2025, torna sul set per “Nessun Domani”, nuovo film scritto insieme a Noemi Galetta. Le riprese iniziate a Roma a marzo, e il progetto promette di esplorare le ombre della criminalità e le tenebre che un’esistenza segnata da scelte difficili può generare. Davide, ormai da tempo, non è più solo la promessa emergente, ma un autore che vuole scavare, rischiare, raccontare oltre il visibile; così ha sentito il bisogno di raccontare una storia che fosse vera nel modo in cui vive e vede il mondo. Non voleva creare un film di finzione che somigliasse a quello che si vede già: voleva che la realtà dei personaggi emergesse così com’è, con le contraddizioni, la precarietà, le emozioni crude. Scrivere e dirigere Nessun Domani è stato il modo per prendere tutto ciò che osservava e sentiva — la vita urbana, le relazioni, il disagio, la forza dei giovani — e restituirlo al cinema in maniera diretta, intensa e immersiva.
Miriam è una protagonista complessa: cosa rappresenta e quali aspetti della società incarna?
Miriam è un personaggio che porto nel cuore perché non è una figura binaria: non è l’eroina perfetta, ma nemmeno la vittima tradizionale. Rappresenta piuttosto una generazione sospesa, che vive al limite — al limite delle regole, al limite del bene e del male, al limite della speranza stessa.
Da una parte Miriam incarna tutto ciò che la società tende a ignorare: la violenza del silenzio, la solitudine sotto i ponti, il debito invisibile che non si cancella con una stretta di mano. Dall’altra, esprime la voglia di riscatto che c’è in chi non ha alternative chiare, ma che desidera ugualmente una via d’uscita. Il suo rapporto con la sorella Ines, le sue amicizie fragili, il legame con Riccardo sono tutti modi attraverso cui il film mostra che non è solo “ciò che Miriam è”, ma “ciò che Miriam cerca” — un equilibrio fra il bisogno di libertà e il bisogno di appartenere, tra l’istinto e la responsabilità.
In termini più ampi, Miriam diventa specchio della marginalità urbana, di chi vive dietro il rumore della città, nelle sue pieghe non illuminate; ma anche del disagio interiore che scava, che mette radici nel corpo e nelle relazioni. Il film non la giudica, non la giustifica, ma la osserva con empatia.

“Nessun Domani” sembra suggerire un destino inevitabile o c’è una possibilità di riscatto?
Per me la possibilità di riscatto c’è sempre. Lo dico anche nella canzone che ho composto per il film: ‘Perché domani è oggi sai, perché se non lo è oggi allora non lo sarà mai’. Credo che la ricerca di un futuro per i giovani sia molto ostacolata dalla società, e infatti sono veramente in tanti che finiscono per vivere una vita di strada, senza prospettive. Ma chi prende questo processo in contropiede, chi decide di cercare oggi il domani e di cercarlo con tutta la forza che ha, quasi sempre lo trova. L’importante è avere chiaro che domani si vuole cercare.
Quanto il contesto sociale (Roma periferica) influenza realmente le scelte dei protagonisti?
Il contesto sociale — Roma periferica — influenza moltissimo le scelte dei protagonisti. Non è un elemento esterno, è parte della loro vita: i debiti, le opportunità che non ci sono, il crimine che incombe, la solitudine, le relazioni rotte, tutto questo spinge, costringe, indirizza verso scelte che in condizioni diverse forse non si vorrebbero fare.
Miriam spesso sceglie non tanto perché vuole, ma perché non ha alternativa: quando va a spacciare, o quando è coinvolta in attività illegali, non è un gesto che nasce dal desiderio puro, ma da una necessità dettata dal debito, dalla mancanza di sostegno, da chi controlla il potere nella periferia. Spadone, i clan locali, le comunità — sono presenze che limitano, che pesano.
Ma allo stesso tempo, il contesto non è schiacciante al 100%. Le scelte ci sono, c’è consapevolezza, c’è ribellione. Miriam non è solo vittima del suo ambiente: spesso tenta vie d’uscita, prende decisioni anche sbagliate, ma sceglie di provarci. E questo mostra che, sì, Roma periferica sta dentro le scelte, ma non le determina del tutto. C’è sempre lo spazio (seppur piccolo e difficile) per provare a deviare la rotta
Il film vuole più raccontare una vicenda personale o lanciare un messaggio universale?
Nessun Domani racconta una vicenda personale, o meglio individuale, ma proprio dentro quella storia individuale si riflette qualcosa di universale. È la storia di uno, ma potrebbe essere la storia di tanti. Potremmo dire che è la storia di tutti e di nessuno: vissuta da una persona, ma capita e condivisa da un’intera generazione.
Dentro le vicende intime dei personaggi si nascondono desideri, paure, fragilità che appartengono a tutti noi. Alla fine siamo tutti uguali: vogliamo le stesse cose, cerchiamo gli stessi legami, la stessa possibilità di futuro. Per questo molti possono rivedersi nelle storie di pochi: perché è proprio nell’individuale che si riconosce l’universale. Quello che ci differenzia è il coraggio di seguire certe scelte.
Ci sono riferimenti o influenze da altri registi (italiani o internazionali)?
In ogni regista c’è un po’ di tutto ciò che lo ha ispirato a diventare regista, e con me non è diverso. Il mio stile e, di conseguenza, il mio film, nasce da quello che osservo, da quello che mi rimane dentro. Non mi sono ispirato a un regista specifico o a un film preciso: piuttosto è un insieme di immagini, esperienze, sensazioni e impressioni inconscia che si sono accumulate nel tempo tra tutte le cose che mi sono rimaste addosso e dentro nel corso della mia vita e che alla fine hanno trovato forma in Nessun Domani.

L’uso della colonna sonora e delle immagini urbane ha più una funzione estetica o narrativa?
Tutto nel film — dalla colonna sonora alle immagini urbane — non è mai casuale: ogni scelta nasce da uno studio preciso e da una sensazione che vogliamo trasmettere allo spettatore. Il cinema è linguaggio, e qui ogni elemento estetico ha funzione narrativa. Ho composto personalmente le canzoni del film, quindi ho potuto controllare ogni singola emozione: ogni nota, ogni silenzio musicale, ogni ritmo è pensato per far sentire il peso, la tensione o la fragilità dei personaggi in modo diretto e immediato. Allo stesso modo, le immagini urbane non sono solo suggestive, ma raccontano la precarietà, l’isolamento, la violenza o la speranza che attraversano la vita dei protagonisti. In Nessun Domani, estetica e narrazione non camminano insieme per caso: ogni immagine e ogni suono sono parte dello stesso linguaggio, progettati per far vivere allo spettatore la storia in modo totale, emotivamente coinvolgente.

Come concilia il ruolo di regista con quello di attore nel film?
Fare il regista e l’attore allo stesso tempo è una sfida enorme, e tutto si basa sulla fiducia che riponi nel tuo team. Ad esempio io nutro una fiducia ceca nel mio aiuto regista Giuseppe Orsillo e nel mio team. Devi avere chiara la tua visione e riuscire a trasmetterla a chi lavora con te, e allo stesso tempo loro devono averla chiara, così che tu possa affidare davvero le redini al team e concentrarti completamente sul personaggio. Poi dopo un po’ che si fa questo mestiere arriva un momento in cui inizi a sentire la macchina da presa: sai come sta girando, quali movimenti fa, com’è l’inquadratura, e percepisci se funziona senza nemmeno vederla. Questa consapevolezza, che si acquisisce con l’esperienza, è preziosa sia per il me regista sia per il me attore: permette di muoverti in sintonia perfetta con la camera, esattamente come l’hai immaginata. È molto difficile, e chi ci riesce è in grado di essere un buon regista e un buon attore allo stesso tempo, perché non si lascia distrarre dal suo ruolo da regista mentre interpreta. Non so se io lo sia, ma se vi piacerà il film, allora significa che ci sono riuscito.

Qual’è la sua Vena Artistica più importante?
Nelle mie vene scorrono tanti tipi di arte, e nessuna prevale sull’altra. La cosa straordinaria, per me, è saperle conciliare tutte insieme, accoglierle e metterle al servizio del cuore, creando un nuovo concetto artistico che non sia solo cinema, musica o pittura, ma un flusso unico di emozioni e visioni. Ogni progetto, ogni scena, ogni nota musicale è frutto di questa capacità di unire tutto ciò che sento dentro, trasformando diverse espressioni artistiche in un linguaggio coerente e personale. Nella mia visione di cinema, a partire proprio da Nessun Domani, voglio mettere la recitazione, il circo, la musica e tutti questi aspetti che ho curato io personalmente, come fosse un unico One Man Show, e trasformare il film in una vera e propria.

Ha già in mente nuovi progetti dopo Nessun Domani?
Questo progetto è solo all’inizio del suo viaggio. Lo porterò a termine fino in fondo, con tutta la cura e l’attenzione che merita, e poi sì: ho già tanti altri film nel cassetto, storie che voglio raccontare, esperimenti che voglio fare. Nessun Domani è il primo passo di un percorso più ampio, e credo che ogni esperienza, ogni progetto, costruisca un bagaglio che mi permetterà di spingermi sempre più lontano.
Quale messaggio spera che rimanga allo spettatore dopo la visione del film?
Ognuno è artefice del messaggio che vuole percepire. Qualcuno sentirà che non c’è nessun domani, qualcun altro prenderà questa storia come provocazione per provare che invece la speranza esiste. A me non interessa che rimanga un messaggio preciso: l’importante è che qualcosa resti dentro, che susciti una sensazione o un pensiero, e chissà, magari un giorno quella sensazione verrà elaborata e diventerà qualcos’altro. Voglio che il film viva nello spettatore, in modo diverso per ciascuno.
C’è un regista o un film che considera un punto di riferimento per il suo lavoro?
C’è del buono in tutti i film, e al me regista piacciono tutti, perché ognuno racconta qualcosa. Ma al me spettatore mi piace essere sorpreso, come nei film imprevedibili dei fratelli Coen; mi piace restare affascinato dalla fotografia e dall’azione, come nei grandi film di Hollywood; e mi emoziona il cinema incentrato sulla recitazione, che sa scavare nei personaggi. Ogni tipo di cinema mi insegna qualcosa e mi ispira, anche se non seguo uno stile preciso. I film sono come le persone, sia perché i registi sono persone con tutte le loro emozioni, sia perché le persone possono somigliarsi, pensare in modo simile, ispirarsi ad altri ma alla fine hanno la propria unicità.

Un’aforisma cinematografica che conclude questa intensa intervista per Modernews
Come si dice nel film: ‘Non si esce dall’inferno senza prima bruciare’.
“Davide Campagna cerca non solo di farsi vedere, ma di lasciare una traccia: una domanda, una ferita illuminata, una storia che resti nei nervi dello spettatore.” –







